L'apparenza (Lucio Battisti, 1988)


Ricordo perfettamente dov'ero e cosa ho provato la prima volta che ho messo questo disco sul piatto. Un continuo flusso liquido di musica e parole, un magma di rimandi e rimbalzi fonetici e poetici. Qualcosa che non si era mai sentito prima, e non si sarebbe più sentito, perché a parte lui stesso nelle sue opere successive nessuno ha più tentato di imitarlo. Battisti e Panella destrutturano il concetto stesso di canzone e di testo, con versi che ad ogni ascolto rivelano nuovi significati. A dispetto di tutti coloro che regolarmente omettono l'ultimo periodo della discografia di Lucio Battisti, questo è un capolavoro. (P.S. credo di essere uno dei pochi che ha suonato uno di questi brani dal vivo).

Anime Salve (Fabrizio de Andrè, 1996)


Nonostante la grande quantità di capolavori prodotti in passato, se devo nominare un disco di Fabrizio De André scelgo questo, perché mi è coevo, e ho vissuto tutta l'emozione della sua uscita. De André era per me già un'icona, un monumento, ma apparteneva alla storia. Invece all'improvviso uscì questo disco. In una successione vertiginosa di picchi musicali e poetici, De André ci porta dentro al punto di vista di prostituti, zingari, vittime di violenza o della natura; ci racconta di grandi solitudini, di sfruttati, emarginati e respinti. Un disco dalla parte di tutti gli ultimi, con il loro "marchio speciale di speciale disperazione". Che rigira tuttora come una lama affilata nelle piaghe della nostra coscienza civile. (E c'è da dire che non è da tutti lasciarci con un disco che non ci faccia rimpiangere i primi).

La voce del padrone (Franco Battiato, 1981)



Chi non c'era può solo tentare di immaginare l'assoluta ventata di novità che rappresentò questo album. Battiato partiva da una nicchia di sperimentalismo estremo (nota a pochi) e, dopo tappe graduali (già più note), approdava alla forma canzone standard (uno dei più grandi successi di sempre), coniugando musica elettronica e sinfonica, minimalismo e synth-pop, spazzando via in un colpo decenni di arpeggi di chitarra e cantando di concetti come "codici di geometria esistenziale" e "meccaniche celesti". Chi lo ascoltava si sentiva elevato, anche se era in compagnia di altri milioni di apprezzatori.
Chi c'era aveva la sensazione che stava nascendo la musica italiana del futuro.